Come proteggere la rete aziendale da attacchi ransomware

Gli attacchi ransomware sono diventati uno degli incubi peggiori per qualsiasi azienda: in poche ore possono cifrare file, bloccare server, fermare la produzione e mettere in ostaggio i dati più critici.

Nella maggior parte dei casi, tutto parte da qualcosa di apparentemente banale:
una mail di phishing, un accesso remoto esposto, una VPN configurata male, una vulnerabilità non aggiornata.

La buona notizia è che il ransomware non è “magia nera”: per funzionare ha bisogno di alcune condizioni favorevoli. Il compito di una buona strategia di sicurezza è proprio quello di eliminarle una per una.

1. Capire come si muove un ransomware

In estrema sintesi, molti attacchi ransomware seguono sempre lo stesso copione.

Ingresso

Il primo passo è entrare nella rete aziendale. Di solito accade tramite:

  • Email di phishing con allegati o link malevoli
  • Accessi RDP o VPN esposti su internet e poco protetti
  • Vulnerabilità note ma non patchate su server, firewall o applicazioni

Movimento laterale nella rete

Una volta dentro, se la rete è “piatta” e poco segmentata, il malware si muove con facilità tra server, PC e sistemi interni, alla ricerca di dati e di sistemi critici.

Cifratura e richiesta di riscatto

Quando ha raggiunto un numero sufficiente di sistemi e dati, inizia la cifratura dei file. A quel punto compare la richiesta di riscatto: per tornare in possesso dei propri dati viene chiesto un pagamento, spesso in criptovaluta.

Ogni anello di questa catena è un punto in cui l’azienda può intervenire e bloccare il problema prima che diventi un disastro.

2. Mettere le fondamenta tecniche giuste

Firewall e segmentazione della rete

Un firewall aziendale correttamente configurato è il primo filtro tra la rete interna e l’esterno.
I firewall di nuova generazione non si limitano ad “aprire o chiudere porte”, ma offrono funzioni avanzate come:

  • Ispezione approfondita del traffico
  • Sistemi di rilevamento e prevenzione delle intrusioni (IDS/IPS)
  • Filtraggio dei contenuti web
  • Controllo delle applicazioni che possono comunicare verso l’esterno

Tutto questo riduce la superficie d’attacco effettivamente esposta a internet.

In più è fondamentale evitare la “rete piatta”:

  • Separare uffici, server, produzione, ospiti su VLAN diverse
  • Limitare i permessi tra le varie zone di rete (principio del minimo privilegio)
  • Isolare server critici e sistemi di backup dal resto dell’infrastruttura

Così, anche se un PC viene compromesso, l’impatto è molto più limitato.

Antivirus non basta: servono EDR e controllo degli endpoint

Gli antivirus tradizionali da soli oggi non bastano più.
È consigliabile usare soluzioni EDR (Endpoint Detection & Response) o XDR, progettate per:

  • Riconoscere comportamenti sospetti, non solo malware già conosciuti
  • Bloccare esecuzioni anomale (ad esempio script che iniziano a cifrare grandi quantità di file)
  • Monitorare processi, connessioni e attività insolite sulle macchine
  • Permettere di isolare rapidamente un endpoint dalla rete in caso di compromissione

In questo modo si riducono i tempi di rilevamento e risposta, che sono fondamentali in caso di ransomware.

Patch management: chiudere le porte prima che vengano forzate

Molti attacchi sfruttano vulnerabilità già note, per cui spesso esistono patch da mesi.
Per questo un processo di gestione delle patch non è più un “nice to have”, ma un obbligo:

  • Avere un inventario chiaro di server, PC e dispositivi di rete
  • Programmare aggiornamenti regolari di sistemi operativi e software
  • Dare priorità alta alle vulnerabilità critiche segnalate dai fornitori o dagli enti di sicurezza

Chiudere queste falle riduce drasticamente le possibilità di ingresso del ransomware.

3. Backup sicuri e testati: l’assicurazione contro il ricatto

Qualsiasi strategia anti ransomware è incompleta senza una politica di backup seria.

I principi base:

  • Regola 3-2-1: almeno 3 copie dei dati, su 2 supporti diversi, di cui 1 offline o immutabile
  • Backup cifrati, con accessi separati dal dominio aziendale
  • Backup non direttamente raggiungibili con gli stessi account usati in produzione
  • Test periodici di ripristino: un backup non testato è un backup che “forse” funziona

In caso di attacco, avere backup puliti e ripristinabili in tempi rapidi può fare la differenza tra qualche ora di disservizio e settimane di fermo totale dell’azienda.

4. Il fattore umano: formazione e procedure

Nella maggior parte dei casi, la prima falla è una persona che clicca dove non dovrebbe.

Per ridurre questo rischio è essenziale:

  • Fare formazione periodica su come riconoscere email di phishing, allegati sospetti e richieste anomale
  • Organizzare simulazioni di phishing per allenare il team e misurare il livello di attenzione
  • Definire procedure chiare: cosa fare se si è cliccato su qualcosa di sospetto, chi avvisare, come disconnettersi subito dalla rete

A questo si aggiunge la gestione delle identità:

  • Attivare l’autenticazione a più fattori (MFA) per gli accessi critici
  • Separare gli account amministrativi dagli account di uso quotidiano
  • Revocare rapidamente gli accessi quando un collaboratore lascia l’azienda o cambia ruolo

Una buona parte della sicurezza passa da qui: rendere più difficile l’errore umano e meno gravi le sue conseguenze.

5. Monitoraggio e piano di risposta agli incidenti

Anche con tutte le misure preventive del mondo, il rischio zero non esiste.
Per questo serve un piano di risposta agli incidenti: chi fa cosa, in quale ordine, con quali strumenti.

Elementi chiave:

  • Sistemi di monitoraggio e logging centralizzato (ad esempio un SIEM)
  • Regole di allerta per comportamenti anomali (picchi di cifratura, connessioni verso indirizzi sospetti, attività fuori orario)
  • Procedure per l’isolamento rapido di server e PC compromessi
  • Un piano di comunicazione interna ed esterna: chi informare tra fornitori, clienti, partner e, se necessario, autorità competenti

Sapere già in anticipo come muoversi riduce il caos nel momento in cui l’incidente accade davvero.

6. Il ruolo di FServices

Per molte PMI è difficile valutare da sole quanto siano esposte a un attacco ransomware e da dove iniziare per proteggersi.

FServices nasce proprio per fare da scudo digitale all’azienda, aiutandola a:

  • Analizzare la postura di sicurezza attuale (firewall, endpoint, backup, formazione interna)
  • Individuare le vulnerabilità più urgenti
  • Costruire un piano concreto di difesa, sostenibile nel tempo e allineato al business

Un primo passo può essere una verifica mirata dell’infrastruttura, per capire subito dove intervenire e come pianificare gli investimenti di sicurezza nei mesi successivi, con l’obiettivo di trasformare il ransomware da “minaccia certa” a rischio gestito.